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Introduzione

1. I cappuccini: origini e sviluppo in Abruzzo. 2. Frati artisti e artigiani: i cappuccini "marangoni" abruzzesi. 3. I tabernacoli dei marangoni. 1. I CAPPUCCINI: ORIGINI E SVILUPPO IN ABRUZZO (1a). I frati cappuccini nacquero nelle Marche per un movimento di riforma che ebbe quale "inconsapevole" iniziatore Matteo da Bascio, nella primavera del 1525, e dopo qualche anno di incerte vicende furono ufficialmente riconosciuti dal papa Clemente VII il 3 luglio 1528 con la Bolla "Religionis zelus" [...]. Caterina Cybo (1501-1557), duchessa di Camerino e nipote del papa, svolse un ruolo decisivo nell'avvio alquanto difficile della nuova riforma francescana, forte soprattutto della prova di carità evangelica che gli iniziatori di essa avevano data servendo gli appestati nella detta città (2a). La prima generazione dei cappuccini veniva dall'Osservanza, altra famiglia francescana che in Abruzzo aveva avuto ampio sviluppo ad opera di illustri rappresentanti quali Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca . "La bella e santa riforma" dei cappuccini... entrò molto presto nella nostra regione anche per la prossimità geografica con le Marche, ritenute culla dei cappuccini, e con Roma dove questi furono subito presenti nel 1529, appena un anno dopo il "battesimo" ricevuto con la Bolla "Religionis zelus". Alla provincia religiosa dei frati minori cappuccini nell'Abruzzo vanno riconosciuti storicamente due inizi: l'uno di fatto con la fondazione del loro primo convento nel 1540, l'altro di diritto o giuridico con la erezione canonica della stessa provincia nel 1575, quando appena da dodici anni si era chiuso il Concilio di Trento. Il primo convento fu fondato all'Aquila, in località Torretta, "sito fuori dalle mura di detta città, in luogo aperto, lontano da detta città mezzo miglio o poco più, fuori di strada publica per un tiro di mano, in mezzo d'alcune vigne, dove non si ritrova ne' bosco ne' selva. Della sua fondatione ritroviamo solamente che nel mese di marzo 1540 fu dato un luogo nell'Aquila alli capuccini, nella torre, in una picciola conicella" (3a). Il convento sorse, dunque, a circa un chilometro dal centro abitato, in ossequio alla legislazione dei cappuccini, subito passata in prassi, di avere abitazioni non troppo vicine alle città e ai paesi per salvaguardare lo spirito di preghiera e di ritiratezza, ma neanche troppo distanti per essere più speditamente a servizio del popolo (4a). Fondatore del primo convento aquilano, intitolato a san Giuseppe sposo di Maria Vergine, fu padre Matteo Silvestri da Leonessa, il quale in tal senso è ritenuto anche iniziatore della provincia cappuccina dell'Abruzzo. L'inizio di diritto della medesima avvenne, invece, nel 1575 con padre Lorenzo Bellarmino da Montepulciano, inviato dal Ministro generale, padre Girolamo da Montefiore, come suo commissario "negli Abruzzi" per erigervi canonicamente la nuova provincia religiosa già ben piantata. Dopo il primo convento sorto all'Aquila, infatti, altri ne erano stati fondati: a Tagliacozzo nel 1555, a Fiamigniano, detto anche "Cicoli", nel 1568 (per qualcuno 1560), a Celano, ad Avezzano e ad Atri nel 1570, a Teramo nel 1573, a Penne e a Lanciano nel 1575 (prima o dopo l'arrivo di Lorenzo da Montepulciano?). La nuova provincia cappuccina - quasi cavalleresco omaggio a un campione dell'Osservanza francescana, dalla quale i cappuccini erano venuti fuori - fu intitolata a san Bernardino da Siena che, morto all'Aquila nel 1444, vi è rimasto con le sue spoglie custodite in un artistico mausoleo, all'interno della solenne basilica che porta il suo nome. Sotto la guida maestra di padre Lorenzo da Montepulciano - primo ministro provinciale per dodici anni consecutivi, sapiente educatore e maestro di giovani religiosi, un vero "padre" della riforma cappuccina - nell'anno 1600 i frati cappuccini in Abruzzo toccavano già il numero di 500, se non lo superavano. Con i frati, naturalmente, era aumentato anche il numero dei conventi, che alla morte del padre Lorenzo (7 marzo 1603, in alcuni testi 1601) erano saliti già a 25, essendosi aggiunti ai precedenti quelli di Campli nel 1579, di Sulmona, Catignano e Montorio al Vomano nel 1580 (per quest'ultimo si trova anche il 1576), di Loreto Aprutino nel 1583, di Chieti nel 1584 (può trovarsi anche 1580), di Tocco Casauria nel 1585, di Ortona nel 1586, di Scurcola e Caramanico (Terme) nel 1590, di Gessopalena nel 1591, di Luco dei Marsi nel 1592, di Fontecchio nel 1593, di Giulianova e Guardiagrele nel 1599, di Ofena nel 1600. Nel corso del Seicento saranno aperti altri 8 conventi: all'Aquila nel 1609/10, a Civitella del Tronto nel 1611, a Manoppello nel 1616/20, a Pescara nel 1631, a Tagliacozzo nel 1626 (lasciato il precedente del 1545), a Ortona nel 1626 (lasciato il precedente del 1586), a Raiano nel 1642, a Scurcola Marsicana dopo il 1650 (lasciato il precedente del 1590), a Sulmona nel 1658 (lasciato il precedente del 1580), a Cermignano nel 1672... Sotto il profilo numerico, invece, assai disastrosa fu la pestilenza del 1656-57, quando morirono nel servizio agli appestati circa 50 frati; ma in pari tempo va notato l'impressionante incremento quantitativo dei frati nei secoli XVII-XVIII (è il momento storico dei cappuccini "marangoni", dei quali si parlerà subito) e fino a metà Ottocento prima della soppressione generale. Nel 1769, per decreto di Ferdinando IV di Napoli, passano ai cappuccini d'Abruzzo i conventi di Amatrice, Leonessa e Montereale, già della provincia umbra. Durante la prima metà dell'Ottocento, nel 1847, i cappuccini lasciano a Giulianova il loro convento per stabilirsi presso il santuario di Maria SS. dello Splendore, antico monastero dei monaci celestini, mentre ne aprono due nuovi: a Fara S. Martino nel 1852 e all'Incoronata di Vasto nel 1860. Con qualche riferimento alla divisione civile della regione, la provincia religiosa dei cappuccini d'Abruzzo - come quella dei conventuali, nonché degli osservanti e dei riformati - risultava costituita da "custodie" (tre nel nostro caso), ognuna delle quali raggruppava un certo numero di conventi: "Custodia di Aquila", "Custodia di Chieti", "Custodia di Penne o Teramo"... I cappuccini d'Abruzzo appena pochi anni dopo la soppressione del 1866 tornano ad abitare alcuni dei loro precedenti conventi (più d'uno debitamente riscattato, altri no), mentre ne lasciano definitivamente un buon numero; in qualche caso acquistano, dal demanio o da privati, conventi di altri istituti religiosi rimasti abbandonati, come all'Aquila l'antico diruto monastero delle clarisse, detto di santa Chiara d'Acquili. Alquanto singolare è il caso del convento a Torino di Sangro che, accettato dai cappuccini, ancora non finito, intorno al 1885, è lasciato dopo circa quattro anni appena, nel 1890. La provincia religiosa, ricostituita abbastanza celermente dopo la bufera e riconosciuta Ente Morale con Regio Decreto del 23 aprile 1931, nell'assetto post-capitolare del 1950 risulta costituita da 15 conventi e 2 ospizi (nella legislazione cappuccina anteriore al Concilio Vaticano II "ospizio" era un convento con piccola comunità che, non raggiungendo il numero legale di frati richiesto per essere autonoma, era dipendente da altra viciniore comunità "formata"), con 167 frati: Avezzano città, Avezzano Pietraquaria (ospizio che nel 1953 risulterà comunità autonoma), Campli, Caramanico Terme, Chieti, Giulianova, Guardiagrele, Incoronata di Vasto, L'Aquila Santa Chiara, L'Aquila Santa Maria del Soccorso (ospizio che nel 1953 risulterà comunità autonoma fino al 1975, anno di chiusura), Leonessa (appartenente al territorio della provincia civile dell'Aquila fino alla creazione della provincia di Rieti nel 1927), Luco dei Marsi, Manoppello, Penne, Pescara Colli, Sulmona, Vasto Marina; a questi si aggiungerà il convento di Trasacco nel 1953. NOTE (1a) La prima parte di questa introduzione è una rielaborazione di quella presente nel volume di L. Del Vecchio "Fratelli marangoni e tabernacoli lignei. Un capitolo di storia cappuccina in Abruzzo", Edizioni Tabula, Lanciano 2001 (pp. 9; 24-27). (2a) Cfr. "I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo" (a cura di Costanzo Cargnoni), EFI, Perugia 1988-1993 (abbreviato in seguito come FC), vol. I p. XXII; Mariano d'Alatri, "I cappuccini. Storia di una famiglia francescana", Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 1994, pp. 11-17. (3a) Mariano d'Alatri (a cura), "I conventi cappuccini nell'inchiesta del 1650. II: L'Italia centrale", Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 1984, p. 252. (4a) Cfr. "Constituzioni de li frati minori detti cappuccini" (1536), c. 6, n. 77, in FC, vol. I p. 352. 2. FRATI ARTISTI E ARTIGIANI: I CAPPUCCINI "MARANGONI" ABRUZZESI (1b). Nel periodo di maggior sviluppo dell'Ordine cappuccino, tra gli inizi del Seicento e la prima metà del Settecento, entravano in convento non solo dei "giovanetti da formare alla vita religiosa e da preparare per l'attività pastorale", ma anche "giovani e uomini maturi, che nel secolo avevano appresa ed esercitata un'arte: artigiani come muratori, tessitori, agricoltori oppure artisti veri e propri: pittori, scultori, miniatori, architetti [...] e l'Ordine si servì di loro per costruire e ornare conventi e chiese" (2b)... Ai fini della nostra ricerca ci occuperemo di quella nutrita schiera di frati artigiani impegnati nella lavorazione di manufatti lignei che per secoli hanno ornato - e nei casi fortunati ornano ancora - le chiese cappuccine. Ad essi dobbiamo altari maggiori e laterali con rispettive balaustre e cancellate tutte in legno, magnifici tabernacoli, solenni reliquiari, candelieri e crocifissi da porre sull'altare ad uso liturgico, carteglorie in legno intarsiato, cornici per pale d'altare, coretti semplici e funzionali, armadi di sacrestia, confessionali, pulpiti, leggii grandi o salteri per il coro, porte, sportelli della custodia degli oli santi, per non dire di oggetti ad uso domestico comunitario o personale... Per opera di frati falegnami ed ebanisti sempre più sperimentati e "virtuosi" - tali che a volte non si saprebbe come nettamente distinguerli da artisti scultori veri e propri - nacque così un inconfondibile stile cappuccino (donde l'espressione "alla cappuccina") che riconosceva al legno un incontrastato dominio, in qualche modo codificato anche dalle Costituzioni dell'Ordine... Perciò, "ogni convento aveva un suo laboratorio più o meno efficiente" e nella pianta di qualunque convento tipicamente cappuccino "troviamo infallibilmente [...] anche le 'officine'. Quelle stanzucce - indicate come 'piccole, humili, povere, abiette e basse' - che servivano da laboratorio per i frati" (3b). Fra i prodotti dell'artigianato ligneo la nostra ricerca privilegia quelli che ci sembrano esprimere nella forma più originale la capacità tra artigianale e artistica degli ebanisti cappuccini: intendiamo gli stupendi tabernacoli che quasi sempre furono concepiti insieme a tutta la struttura dell'altare maggiore, nella quale di solito era inclusa anche una pala o ancona (4b). Quei solenni capo-altari, realizzati in tutto legno, mentre accolgono degnamente, quasi loro sito naturale, gli stupendi tabernacoli, esaltano in verticale e portano fino alla volta del presbiterio il color castano del cotto che pavimenta la chiesa: il mattone, come il legno, è anch'esso un elemento architettonico-decorativo di stile povero, atto però a stimolare l'immaginazione e il sentimento dei cappuccini, forse per una sottile inconscia vibrazione cromatica che si sprigiona dal loro tipico saio. L'artigianato ligneo cappuccino più rappresentativo nella regione abruzzese si deve ai cosiddetti "fratelli marangoni"... Vennero chiamati "fratelli marangoni" o anche "maestri marangoni" quei frati cappuccini non sacerdoti - perciò detti anche "fratelli laici" - che tra Sei Settecento, quasi una scuola d'arte, non solo in Abruzzo ma in molte regioni italiane si dedicarono alla produzione di manufatti lignei, realizzando talora vere opere d'arte, che possono ancora ammirarsi in chiese cappuccine oppure nei musei, quando non siano misteriosamente scomparse o andate in rovina. Il termine "marangone" - che erroneamente da qualcuno verrebbe preso per cognome quando fosse scritto con la iniziale maiuscola - esprime una qualifica artigianale: è, infatti, un sostantivo di origine dialettale (veneta?) che indica un "maestro d'ascia" o, genericamente, carpentiere (specialmente nella tradizione veneziana). Sui "fratelli marangoni" che furono attivi in Abruzzo per circa tre quarti di secolo, tra la fine del Seicento e la seconda metà del Settecento, abbiamo notizie e dati abbastanza sicuri, ma troppo scarsi e scarni per la nostra legittima curiosità storica ed esigenza critica. Avere alcuni dati è già una fortuna, comunque, stante il fatto da qualcuno rilevato che "siccome questi tabernacoli, nella quasi totalità, sono dovuti a fratelli laici intagliatori [...], poco o nulla si conosce circa l'identità degli artisti e il tempo della esecuzione dei lavori [...]. Necrologi e cronache delle varie province ci fanno conoscere ancora una quindicina di intarsiatori ed ebanisti cappuccini, senza che peraltro si possa loro attribuire alcun tabernacolo in concreto" (5b). Una lettera manoscritta di Filippo da Tussio nel 1888, pur nella sua stringatezza, ci riesce quanto mai preziosa allorché ci informa: "I, così detti, Frati Marangoni erano una compagnia di Cappuccini di questa Provincia degli Abruzzi i quali aprirono scuola e bottega nella stessa Provincia sulla prima metà del secolo passato, e fecero que' meravigliosi Lavori in Legno di cui sono ricche tutte le nostre Chiese, e qualche altra ancora. In tali Lavori, cioè Altari, Ciborii, Pulpiti, Urne, Cornici ecc., si ammirano la nobiltà e correttezza del disegno, la delicatezza e varietà delle intarsiature, la bellezza delle cornici, la sveltezza delle colonne, la perfezione delle statuette, e dei bassi ed alti rilievi, la finezza e precisione d'esecuzione, e vi si ammira quel genio particolare che gli fece meritar fama di eccellenti architetti, scultori, ebanisti, intagliatori, verniciatori, meccanici ec. ec." . Nel seguito della lettera leggiamo anche alcuni nomi di frati marangoni, i più noti forse ed eccellenti, che avevamo potuto individuare nella "Serie cronologica dei PP. Ministri Provinciali de' FF. Cappuccini negli Abruzzi e de' Religiosi illustri per Santità o per Dottrina che sotto il rispettivo loro Governo passarono all'altra vita" (6b). NOTE (1b) La seconda parte dell'introduzione è anch'essa una rielaborazione di alcuni paragrafi del già citato volume di L. Del Vecchio "Fratelli marangoni e tabernacoli lignei..." (in particolare pp. 20-23; 28). (2b) Mariano d'Alatri, "I cappuccini" cit., p. 91. (3b) Cassiano da Langasco, "I libretti del museo di vita cappuccina", in FC, vol. IV pp. 1676; 1713. (4b) Cfr. Gieben S., "L'arredamento sacro e le sculture lignee dei Cappuccini nel periodo della Controriforma", in FC, vol. IV p. 1675. (5b) Idem, art. cit., p. 1640. (6b) Filippo da Tussio, "I frati cappuccini della provincia monastica degli Abruzzi", S. Agnello di Sorrento 1880, pp. 29 ss. 3. I TABERNACOLI DEI MARANGONI (1c) "Con il termine 'tabernacolo' (dal latino 'tabernaculum', 'tenda') oggi si usa indicare la custodia eucaristica, cioè quel particolare arredo dell'altare, costituito essenzialmente di una teca o edicola chiusa, destinato a contenere la pisside con le ostie consacrate [...]. Il termine è stato spesso usato come sinonimo di 'ciborium', dando luogo a confusione e ambiguità di significato, dato che quest'ultimo fu pure adottato per indicare sia la pisside che il tabernacolo vero e proprio. Oggi si preferisce riservare 'ciborio' al baldacchino architettonico costruito sull'altare, ma non mancano autori che continuano ad usarlo per indicare la custodia del Sacramento" (2c). Oltre la sua funzione liturgica, il tabernacolo porta in sé vari sensi simbolici, tra i quali uno rimanda al mistero della Vergine Madre. In particolare, il tabernacolo a tempietto che ritroviamo nella scuola dei frati marangoni, come casa del Dio incarnato e sacramentalmente "attendato" in mezzo alle case degli uomini, esprime un forte simbolismo mariano, che può trarre senso dalla mariologia vissuta e pregata di san Francesco d'Assisi, per il quale nel Saluto alla beata Vergine Maria costei è "palatium, tabernaculum, domus" (FF 259), appellativi derivati forse da testi liturgici del tempo. Non a caso, del resto, la statuina centrale del tabernacolo cappuccino, nella nicchia sovrastante la porticina, è sempre quella della Vergine Immacolata. Gli ebanisti cappuccini del Sei e Settecento, in Abruzzo come in altre regioni italiane, non hanno creato "ex nihilo" la figura del tabernacolo-tempietto a pianta centrale, ossia del "tabernacolo architettonico", che sostanzialmente sviluppa un solido geometrico avente a base un esagono (o anche ottagono) ideale che manca di tre (oppure quattro) lati posteriori. Essi, però, hanno genialmente espresso nel legno un intenso fervore religioso attraverso lo spirito e lo stile del barocco - non senza qualche "carattere nordico" in taluni casi - tendente a raccordare e fondere dinamicamente linee, piani, strutture, volumi, alla ricerca di una piena unità organica, quasi una sintesi vitale dell'insieme figurativo: architettonico-decorativo-cromatico. Antecedenti nobili dei tabernacoli lignei cappuccini potrebbero ravvisarsi in quelli di marmi pregiati o di bronzo dorato che nel secolo XVI furono realizzati in alcune chiese italiane (Certosa di Pavia, S. Maria Maggiore a Roma, S. Giustina a Padova, S. Spirito a Firenze, Duomo di Pisa...). Più affini a quelli dei frati marangoni, per legami di famiglia spirituale, si ritrovano tabernacoli, altari e altri ornati lignei anche nelle chiese dei frati minori conventuali, osservanti e riformati, quasi una tradizione artistico-religiosa, in cui i manufatti cappuccini s'immettono con una loro inconfondibile peculiarità. Nell'Abruzzo basti solo ricordare alcuni esemplari in chiese francescane. Per i frati conventuali si segnala il tabernacolo della chiesa di san Francesco in Castelvecchio Subequo, con un "monumentale altare in legno" in stile "berniniano" di fine Seicento; un tabernacolo di primo Settecento, anch'esso monumentale, facente parte di altare ligneo barocco ora smembrato, si può ancora ammirare nella chiesa di san Francesco a Leonessa (già della provincia umbra, ma in territorio civile abruzzese). Per i frati osservanti si accenna al monumentale altare maggiore di fine Cinquecento o primi Seicento, "fulgente d'oro zecchino", nella chiesa di santa Maria di Colleromano in Penne (poi passata ai minori riformati) e al tabernacolo con altare ligneo di fine Seicento o primo Settecento nella chiesa di san Giorgio in Goriano Valli, ambedue scomparsi intorno al 1990, quando il complesso edilizio - lasciato dai frati nel 1866 - veniva restaurato dopo un lungo periodo di abbandono. Per i frati riformati abbiamo gli altari lignei barocchi di santa Maria Valleverde in Celano, ora trasferiti nella chiesa della Madonna delle Grazie sempre in Celano; l'altare della chiesa di sant'Onofrio in Raiano, opera monumentale in legno di noce, dalle eleganti scansioni architettoniche e con pregevoli decorazioni scultoree; l'altare di legno dorato in stile barocco settecentesco con il suo tabernacolo (da alcuni anni rubato) nella chiesetta di san Giuliano all'Aquila; un tabernacolo ligneo della chiesa di san Martino in Magliano dei Marsi, ora conservato nel convento dei frati minori di Celano; altari laterali lignei dalle linee seicentesche, nella chiesa di san Panfilo fuori le mura a Spoltore. Tabernacoli lignei cappuccini è dato incontrare un po' in tutte le regioni "province" della nostra penisola, dall'Italia del Nord alla Sicilia e alla Sardegna. Un elenco per province religiose tentato nel 1982 da S. Gieben è ben lungi dall'essere esaustivo (3c); lo dimostra almeno il caso dell'Abruzzo, per il quale oltre i tabernacoli di Campli, Caramanico Terme, Manoppello e Penne ricordati dall'autore, altri fortunatamente sono ancora documentabili e visibili. Ma nell'elenco di Gieben non figurano neanche alcune province italiane (come Alessandria, Genova, Milano, Trento...) nelle quali risulta di certo trovarsi dei tabernacoli lignei. Idealmente il classico tabernacolo cappuccino in legno è concepito a mo' di tempietto a pianta centrale culminante nella cupola... Il primo dato che balza agli occhi è che il tabernacolo dei marangoni, sviluppando in solido geometrico una pianta idealmente esagonale, talora ottagonale, non è realizzato per intero (si direbbe "a tutto tondo"), ma solo nelle sezioni visibili frontalmente e lateralmente, mentre il retro - addossato al piano verticale dell'ancona che divide presbiterio e coro dei frati - è chiuso con tavole "rudemente squadrate e ben robuste" (4c), che sottolineano i piani strutturali del tabernacolo, lasciandone nel contempo vedere la forma di guscio vuoto, in cui si risolve il sottile elaborato scultoreo offerto alla visione. Quanto a struttura, che diremmo "architettonica", il tipico tabernacolo ligneo dei cappuccini in Abruzzo (ma anche in altre regioni, per esempio nelle confinanti Marche) risulta di quattro ordini sovrapposti in moto ascensionale digradante: basamento, primo ordine, secondo ordine, cupola (5c). Ciò sia detto, però, con l'avvertenza che ci s'imbatte talvolta in particolarità e differenze più o meno rilevanti anche nell'ambito della medesima provincia religiosa. Nell'approssimativa descrizione che segue ci si riferisce al modello più comune e frequente in Abruzzo, che poi chiameremo modello A. Il basamento risulta di piedistalli portanti le sovrastanti colonnine e tra loro raccordati da una fascia intarsiata a disegni rettangolari sviluppati orizzontalmente. A volte, come negli esemplari marchigiani e in tre abruzzesi, il basamento è centralmente tagliato da una piccola gradinata che va restringendosi fino alla porticina del ciborio con l'effetto di meglio evidenziarla in una chiaro gioco prospettico. Il primo ordine, partendo dal piano della porticina, si eleva fino ad una cornice ben aggettante che lo definisce in alto. Esso acquista unità architettonica pur nella varietà degli elementi decorativi, grazie a delle colonnine tortili che lo scandiscono all'intorno per tutta la sua altezza ed estensione. Entro questo "colonnato", si direbbe di struttura portante, il primo ordine si configura a due sezioni: la prima, più alta, è ritmata anch'essa da colonne tortili esili e svelte, che inquadrano la porticina del tabernacolo e poi, via via, a destra e a sinistra, vanno a definire le nicchiette (due o tre per fianco) che accolgono su mensoline semicircolari vivaci statuine di bosso (in genere apostoli, santi locali e santi cappuccini, nonché alcuni tra i non cappuccini, alcuni tra i santi francescani non cappuccini come Ludovico vescovo e Bernardino da Siena); la seconda sezione, di più ridotta altezza ma ben visibilmente delimitata sviluppa centralmente il portale della porticina in un intradosso o imbotte, entro cui è iscritto un timpano triangolare con figurina, mentre sopra le nicchiette alterna aggettanti pilastrini intarsiati e rettangoli con piccoli bassorilievi, oppure distende orizzontalmente una semplice fascia a intarsio, qua e là interrotta, che richiama il basamento. Il secondo ordine, digradante sul primo è segnalato da una balaustrina di fittissime colonnine, interrotte a scansione ritmica negli angoli da pilastrini siti in corrispondenza delle sottostanti colonne strutturali del primo ordine (in taluni tabernacoli troviamo dei contrafforti a voluta esornativa); sui pilastrini spiccano elementi tondeggianti a punta affusolata come due pinnacoli torniti o anche minigiare. Nei tabernacoli abruzzesi il secondo ordine ripete, a dimensioni ridotte, il primo con colonnine a tortiglione aventi funzione portante e, dietro queste altre più piccole con funzione ornamentale, che centralmente, sopra la porticina, inquadrano una nicchietta sempre recante la statuina della Vergine Maria, patrona dell'Ordine, e poi, torno torno, altre nicchiette e statuine in bosso (raramente sfuggite alle mani di avidi ignoti predatori!) raffiguranti ancora santi francescani (Francesco d'Assisi, Antonio di Padova, Bonaventura da Bagnoregio...), santi cappuccini (Felice da Cantalice, Fedele da Sigmaringa...), santi titolari della chiesa. Sul bel cornicione, che chiude il secondo ordine, corre ancora una balaustrina che ha le caratteristiche di quella inferiore e delimita il piano dal quale, tramite una sorta di tamburo, si leva una cupoletta a coronare tutta l'opera. La cupola, a seconda dell'epoca (Sei o Settecento) assume forma di ellisse oppure a bulbo o di cipolla, con superficie a volte liscia, a volte a intaglio arabescato; di norma lobata o a spicchi nervati, essa appare come chiusa in un'armatura da costoloncini che si raccolgono alla sommità a sorreggere un piccolo globo sormontato da una crocetta a bracci torniti o da una statuina del Risorto o di un angioletto (6c). Se, come si diceva, il legno per le sue qualità intrinseche e connotazioni tecnico-artigianali, nonché per i significati teologico-ascetici che rivela tra le mani degli ebanisti cappuccini, rimane il materiale principe nella realizzazione dei tabernacoli, esso viene però impreziosito, oltre che con il finissimo lavoro dei "marangoni", anche con tarsie di altri materiali "preziosi", quali l'avorio, la madreperla, la tartaruga. Ma del legno stesso vengono selezionate specie più o meno pregiate, come il noce, il cipresso, il ciliegio, il bosso e persino l'ebano, "in una variazione cromatica dosata con gusto, specie per il movimento delle ombre e, soprattutto, per i riflessi delle tarsie d'avorio o di altro materiale consimile, non esclusa la madreperla" (7c). Descrivere ancora più in dettaglio i singoli tabernacoli cappuccini oggi disponibili in Abruzzo sarebbe impresa pressoché impossibile. Dopo la presentazione di un tabernacolo tipo, sembra più pratico raggruppare i nostri pezzi di artigianato ligneo in base a dei modelli, indicando di essi le peculiarità più rilevanti, secondo i casi. Avremo così dinanzi agli occhi come disegnati almeno cinque modelli che distinguiamo con le lettere A - B - C - D - E - F. Il modello A viene a raggruppare il maggior numero di tabernacoli realizzati dai marangoni in Abruzzo e corrisponde strutturalmente al tabernacolo-tipo appena descritto, con non poche varietà decorative e diverse soluzioni creative anche nelle dimensioni. Di questa tipologia fanno parte i tabernacoli conservati nelle seguenti chiese, oltre a quello esposto nel Museo conventuale di Manoppello (PE): S. Maria di Vico (Avezzano, AQ), S. Giacomo Maggiore (Campli, TE), S. Lorenzo Martire (Caramanico Terme, PE), S. Eustachio martire (Cermignano, TE), Santuario di Maria SS. dello Splendore (Giulianova, TE), Chiesa della Natività della beata Vergine Maria (Guardiagrele, CH), S. Bartolomeo (Lanciano, CH), S. Chiara (L'Aquila), S. Michele Arcangelo (L'Aquila), Chiesa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Loreto Aprutino, PE), S. Maria della Salute (Montorio al Vomano, TE), Chiesa della SS. Trinità (Ortona, CH), Santuario della Madonna dei Sette Dolori (Pescara), S. Andrea Apostolo (Raiano, AQ), S. Antonio di Padova (Scurcola Marsicana, AQ), S. Giovanni Apostolo ed Evangelista (Sulmona, AQ), S. Antonio di Padova (Tocco da Casauria, PE). Il modello B è rappresentato da un solo ricchissimo esemplare: il tabernacolo della chiesa di san Giovanni Battista in Chieti; esso ha la struttura architettonica del modello A ma è più esteso in larghezza per la presenza di due pinnacoli laterali culminanti anch'essi in una cupola, che porta un angioletto, come il corpo centrale su cui svetta il Risorto. Al modello C appartiene il tabernacolo della chiesa di S. Benedetto Abate di Teramo, ancora come esemplare unico che aggiunge ai due ordini del modello A un terzo ordine prima della copertura a cupola. Il modello D è costituito da un esemplare, anch'esso unico ma inconsueto, che è il tabernacolo della chiesa cappuccina di Penne. Il modello E viene rappresentato dal singolare tabernacolo di Atri, il cui secondo ordine a portico circolare, che lascia vedere anche l'interno della cupola, non si ritrova in altri manufatti dei marangoni abruzzesi. Al modello F assegniamo almeno tre tabernacoli - di Celano (conservato nel Museo d'Arte Sacra della Marsica), di Fiamignano (nelle Marche), di Fontecchio (nella Cappella dell'Opera di S. Maria della Pace) - che si direbbero di più modesta architettura, essendovi il secondo ordine rappresentato da un altro tamburo variamente decorato. NOTE (1c) La terza parte dell'introduzione è ugualmente una rielaborazione di alcuni paragrafi del già citato volume "Fratelli marangoni e tabernacoli lignei..." di L. Del Vecchio (in particolare pp. 50-57). (2c) Caroselli F., "I tabernacoli lignei intagliati dei Cappuccini emiliani", in "Italia Francescana", 1 (2000), p. 91. (3c) Gieben S., art. cit., pp. 1639-1640. (4c) Santarelli G., "Opere di ebanisteria presso i cappuccini delle Marche", in "Collectanea Franciscana", 63 (1993), p. 603. (5c) Cfr. ibidem. (6c) Cfr. Gieben S., "L'arredamento sacro e le sculture lignee dei cappuccini nel periodo della Controriforma", in FC, vol. IV p. 1641. (7c) Santarelli G., art. cit., p. 604.

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